Dagmar Garroux (Tia Dag), fondatrice della Casa do Zezinho, la donna che semina speranza tra i bambini che non hanno nulla da perdere, è stata inserita dalla rivista Epoca tra i 100 brasiliani piu’ importanti del 2009.
Un grande messaggio di speranza per tutti!!!
December 8, 2009
Dagmar Garroux tra i 100 brasiliani piu’ importanti del 2009
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October 11, 2009
I problemi degli “altri”!
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Video realizzato a San Paolo: Perchè alcuni bambini di strada sono un nostro problema e altri no???
Filmato prodotto per la “Casa do Zezinho” (http://casadozezinho.wordpress.com/) e premiato a Cannes.
Massimiliano Pilotti
October 3, 2009
I Giochi Olimpici del 2016 si svolgeranno in Brasile. Il Presidente Lula ha pianto davanti alle telecamere, Pelé il “nojento“, lo schifoso, pure. (Non vogliatemene, ma non tutti sanno che Pelé aveva una figlia, Sandra Regina, nata da una relazione extraconiugale. Per tutta la vita aveva sempre espresso il desiderio di conoscere suo padre, non per fama, non per denaro ma per giustizia. Colpita da una grave malattia, aveva sperato fino all’ultimo istante di poter realizzare il suo sogno: il “nojento” peró non ha avuto pietá sufficiente per accostarsi al letto della ragazza ed offrirle almeno una carezza né all’ospedale, né al funerale).
Le Olimpiadi sono una ghiotta occasione per investire molti Reais nell’aggiornamento delle strutture sportive, per costruire nuovi alberghi, sistemare tante strade ecc. I turisti dovranno trovare un paese da “Primeiro Mundo“.
Ma ai brasiliani che cosa resterá? Che cosa ne sará do povo, del popolo? Quale l’ereditá dei favolosi Giochi 2016?
Perché il denaro (il Brasile é ricchissimo!) non viene utilizzato per offrire maggiore dignitá alle persone, per concedere il diritto allo studio e l’assistenza sanitaria per tutti?
Intanto o povo , al grido di “Yes we Créu”, festeggia in spiaggia abbagliato dalla nuova opportunitá per fare ancora un po’ di Samba.
Massimiliano Pilotti
September 6, 2009
Adozioni o sostegno a distanza?
Posted by Italianova under Uncategorized | Tags: Adozioni, Brasile, Favelas, Italianova |1 Comment
A complemento del post precedente, sollecitato da un lettore, aggiungo: non ci sono dubbi che ci siano delle organizzazioni laiche gestite da ottimi volontari che lavorano con coscienza e lungimiranza e che ce ne siano altrettante, religiose, che fanno lo stesso. Nel post ho evidenziato uno degli aspetti del “sostegno a distanza” religioso che non condivido. Per par condicio, tra le tante organizzazioni laiche no profit, molte sono balzate alla cronaca per la gestione alquanto bizzarra delle donazioni ricevute. Perché per raccogliere del denaro in un contocorrente ed inviarlo poi ad un altro contocorrente all’estero servono tanti uffici, sedi, dipendenti che ricevono stipendi e contributi, promozioni pubblicitarie in televisione e sui giornali. Sará forse che ci sono ancora persone che si mantengono con i soldi dei donatori in nome del bene altrui? Ma non dovrebbero essere tutti volontari?
Questo é un altro aspetto del sostegno a distanza che non condivido.
I bambini poveri (e mi riferisco solo al Brasile che conosco) apprendono giá nell’utero materno l’arte di sopravvivere, non sono affatto “sfortunati” e non hanno proprio bisogno del nostro sostegno finanziario e della nostra caritá. Essi sognano gli stessi diritti e le stesse opportunitá degli altri bambini (quelli fortunati), vogliono frequentare le stesse scuole, giocare con la playstation e poter ricevere le cure negli stessi ospedali dove invece i medici, puntualmente, rifiutano di assisterli perché non pagano. Questo é il problema, non le nostre adozioni!
Massimiliano Pilotti
September 4, 2009
Adozioni a distanza: la scelta giusta?
Posted by Italianova under Uncategorized | Tags: Adozioni a distanza, Brasile, Casa do Zezinho, Favela. Italianova |[2] Comments
Prendendo spunto da un commento di un caro lettore, vorrei dire che non ho nulla contro le adozioni a distanza a patto che i proventi vengano messi a disposizione di tutta la comunitá carente e non del singolo. Ci sono peró degli aspetti che spesso non emergono. Penso (e accetto il confronto) che i bambini non dovrebbero normalizzare il concetto di avere alle spalle un “genitore adottivo” che garantisce una rendita mensile. E’ un illusione che svanirá presto: il genitore adottivo, nella maggior parte dei casi, dopo alcuni anni sparisce. E purtroppo, a mio modesto avviso, lo scandalo maggiore lo offrono puntualmente gli Istituti Religiosi che, come sempre, inviano sprovveduti missionari in modo convulso e scoordinato. Cosí avviene che un certo missionario nato in un facoltoso e ricco paese della Brianza giunge in una missione, porta con se i soldi della propria famiglia, dei suoi parenti e dei suoi compaesani che lo sostengono a vita con numerose iniziative, prima fra tutte, l’adozione a distanza. E cosí costruiscono “paradisi terrestri” nell’altro capo del mondo in contesti impropri. I bambini “salvati” usufruiscono dei migliori servizi, scuole, campus universitari ecc.ecc. e quando il missionario torna periodicamente nella cittá natale esalta le opere realizzate, mostra le foto dei “suoi bambini” e chiede ancora e sempre piú aiuti per andare avanti e tutto il popolo, invece di pregare (sic!), mette mano al portafoglio in un gesto tanto liberatorio.
Poi, dopo alcuni anni, l’amico missionario viene destinato ad altro incarico, in altra cittá. E andandosene, porta con se i suoi “benefattori” e le numerose preghiere.
Se a sostituirlo giungerá un missionario di umili origini, di famiglia povera e proveniente da un piccolo paesino di campagna e magari poco dedito agli affari, addio missione. Si chiude. Sogni e favole svaniscono nello spazio di una settimana. Bambini che hanno creduto in un futuro e in una vita dignitosa si rendono conto che era tutto pura illusione, che loro vivono in una favela, non in una “piccola Brianza” dall’altra parte del pianeta. E’ questo il concetto che vorrei passare: non possiamo illudere se non possiamo garantire. La Favela é la loro realtá e non cambierá tanto facilmente! Dobbiamo avere coscienza di questo. In favela non esiste né Stato, né Giustizia e si muore per il furto di una cocacola.
E’ in questo senso che non condivido molto le adozioni a distanza.
In ambito religioso, gli Istituti Missionari dovrebbero centralizzare le donazioni e distribuire i soldi in forma proporzionale e garantire la necessaria sussistenza a tutte le missioni, nel tempo e senza discriminazioni. Allora, in questo caso, sono disponibile a sostenere l’adozione.
Massimiliano Pilotti
www.italianova.net
August 17, 2009
LA FAVELA E LA SAVANA
Posted by Italianova under Brasile | Tags: Brasile, Educazione, Favelas, Missioni, No Profit |[5] Comments
Cari lettori, benvenuti nel nuovo blog di Italianova!
Abbiamo scelto di dedicare il primo post ad un progetto sociale che ci sta a cuore e che abbiamo deciso di promuovere e diffondere in Italia: la Casa do Zezinho, una casa che accoglie 1.200 tra bambini e giovani dai 6 ai 21 anni che provengono dalle favelas di una regione chiamata “Triangolo della Morte”, nella zona sud della cittá di San Paolo, Brasile. La Casa do Zezinho, giuridicamente un’associazione no-profit, propone un percorso educativo che si distanzia dai modelli giá conosciuti di assistenzialismo proposti da associazioni o enti religiosi che operano per esempio con le adozioni a distanza e le donazioni ai missionari. La Casa do Zezinho mira invece alla formazione umana e professionale dei giovani affinché possano inserirsi nella societá con le stesse possibilitá dei loro coetanei piú fortunati. I bambini apprendono fin da piccoli che devono studiare e imparare un mestiere e che non ci sono e non ci saranno benefattori o “genitori a distanza” che possano compromettere la loro dignitá personale e la loro autostima.
LA FAVELA E LA SAVANA
Il dizionario riporta che una favela è un insieme di unità abitative popolari, generalmente mal costruite e senza strutture igieniche. Una favela di São Paulo è molto più di questo e nessun dizionario potrebbe, com la brevità delle sue voci, definire la ricchezza dei suoi dettagli. Probabilmente l’immagine più vicina alla realtà è che una favela è simile ad una cittá dentro un’altra cittá dove leggi, regole, principi e valori sono differenti da quelli della cittá che la accoglie.
Neppure il denaro e il prestigio personale tipico delle città valgono all’interno di una favela. Qui infatti ogni ora si convive con omicidi, droga, violenze sessuali, ma questo non ostacola le manifestazioni d’affetto, l’amore romantico, i sogni degli adolescenti, la speranza del domani.
Le strade di una favela sono generalmente tortuose, gli indirizzi non esistono, raramente si trovano delle piazze ma in molte baracche si vedono barattoli usati come vasi per fiori e il divertimento, al contrario di quanto si pensa in città, quasi non esiste. In favela il divertimento è il boteco (piccolo bar all’aperto), il calcio di strada, le biglie e i giochi coi coltelli nelle serate al bar.
In favela si parla una lingua propria, piena di slang e di espressioni conosciute solo da chi ci vive e sono pochi coloro che, pur avendo frequentato una scuola, manifestano la propria cultura. Ma quando si costruisce una baracca (che richiede piú di venti ore), tutti si trasformano in ingegneri, architetti e si inventano falegnami. Spesso si creano persino nuovi materiali di costruzione come pareti fatte con scatole di tetrapack che non si sciolgono con la pioggia e che mantengono una temperatura fresca, quasi come aria condizionata, nelle estati torride.
Come avviene nei quartieri ricchi della cittá, anche in favela esiste una classificazione degli edifici: classe A, per le case di mattone a due piani; classe B per le case ad un solo piano; classe C per le baracche di coloro che abitano nella parte più bassa della favela, fatte di legno e cartone ondulato.
La favela non è concetto urbanistico, è un fatto sociale!
Ció che più da vicino puó ricordarci che cosa sia realmente una favela è la savana, dove milioni di anni fa’ i nostri antenati scendevono dagli alberi per tentare di sopravvivere. La fine dell’era glaciale li obbligò infatti ad adattarsi a nuovi ambienti e il dramma crudele della selezione naturale impose una competizione impietosa e senza tregua.
La favela è davvero come una savana delle origini. In essa infatti esiste, con molta forza, una perversa selezione naturale.
Testo tratto dal libro Pedagogia do cuidado di Celso Antunes&Dagmar Garroux
Visita il sito della casa: http://www.casadozezinho.org.br
Italianova (www.italianova.net) appoggia, sostiene e diffonde in Italia l’associazione brasiliana Casa do Zezinho.
Italianova non é autorizzata a raccogliere fondi.
July 7, 2009
Nell’Arengario di Monza (MB), è possibile visitare, fino al 19 luglio, la mostra dedicata al pittore e illustratore Gino Sandri dal titolo: “Gino Sandri (1892-1959). Luci dell’arte, ombre della follia”, organizzata dall’Associazione Gino Sandri, con il sostegno della Provincia di Monza e Brianza, del Comune di Ceriano Laghetto, della Fondazione Monza Brianza, con il patrocinio del Ministero dei Beni e le Attività Culturali, della Regione Lombardia, dell’Accademia di Belle Arti di Brera, dell’Università Cattolica di Milano e la collaborazione del Comune di Monza.
Per chi non conosce la storia di Sandri, salire le scale di pietra della bella struttura medievale posta nel cuore di Monza, è un fatto meccanico. Le ginocchia si piegano ad ogni gradino in modo automatico, si chiacchiera, si sorride, si spetta di vedere quadri e disegni con quella gaiezza carica d’interesse che, di solito, gli amanti dell’arte provano quando vanno ad una mostra.
Poi avviene l’incontro.
Tele di ritratti e paesaggi non concepite nella tranquillità di uno studio privato e personale, disegni eseguiti non sui migliori supporti né con i migliori materiali ma soprattutto disegni realizzati su fogli di quaderni della terza elementare con pastelli, acquerelli, china e matita, nati nel luogo dell’aberrazione e della depersonalizzazione più agghiacciante che l’uomo abbia mai concepito: il manicomio.
Gino Sandri nacque a Rossiglione Ligure il 14 febbraio del 1892. Studiò all’Accademia di Brera con maestri che egli stesso definisce eccellenti e che ne seppero riconoscere ed incentivare lo straordinario talento di illustratore e ritrattista. Per Hoepli, illustrò molte importanti opere, tra cui una raccolta di poesie di Carlo Porta e Viaggio sentimentale di Sterne. Lavorò anche per Il corriere dei piccoli, La novella, La lettura e il Guerin Meschino. Partecipò a prestigiose mostre alla Permanente di Milano e a molte esposizioni.
A 32 anni, il primo ricovero nel manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma, avvenuto dopo essersi rivolto al pronto soccorso dell’Ospedale Santo Spirito. Fu dimesso dopo quattro mesi ma, in manicomio, trascorrerà 23 anni della sua vita tra misure costrittive e shock insulinici e, in manicomio, troverà la morte, abbandonato da tutti, il 6 novembre 1959.
Cos’aveva Gino Sandri? Quale patologia lo affliggeva?
Franco Basaglia, psichiatra promotore della Legge 180, disse una volta: “Non so quello che hanno i miei pazienti, so quello che non hanno più, quello che hanno perduto, mi rendo conto di quello che hanno fatto loro, di quello che ne hanno fatto”.
Nelle lettere scritte invano al padre, che considerava il figlio Gino una vera vergogna da dimenticare, potrete leggere tutta la sofferenza dell’abbandono e la dignità infinita e il coraggio di un uomo che, recluso e abusato, trovò per se stesso e per la sua professione di artista una missione: la testimonianza.
Potrete vedere, grazie a lui, i volti di uomini internati chiusi in loro stessi, corpi ignudi legati ai letti, disperazioni silenziose, sorrisi percorsi da lampi di libertà di soldati, contadini, avvocati, pollivendoli, studenti, tossicomani, atleti, insieme ai medici e agli infermieri, anch’essi misteriosamente avvolti da un dolore.
Apprezzate il tratto onesto e vero, che lascia aperto quel margine d’inspiegabile che abita tutte le cose senza volerlo condurre verso un facile approdo e, prima di uscire, guardate negli occhi Gino Sandri e ringraziatelo, guardate l’Autoritratto del 1955 a carboncino e sanguigna.
Potrete conoscere il “matto di Mombello”, di professione pittore, per il quale “il disegno è ragionamento”, potrete così conoscere il pittore che cercava un fiore, anche avvizzito, per una “farfalla crepuscolare” che sbatteva disperatamente le ali contro le finestre della sala di residenza del manicomio e che scrisse nel suo diario: “…non posso niente per la farfalla crepuscolare oltre che capire che l’inesplicabile della sofferenza comincia dall’insetto”.
Irene Sarpato
Per maggiori informazioni: www.ginosandri.it
May 29, 2009
Il 29 marzo si è chiusa a Milano, Palazzo Reale, la bellissima mostra MAGRITTE E IL MISTERO DELLA NATURA. Con più di 100 opere esposte e filmati originali, la mostra, curata da M. Draguet e C. Beltramo Ceppi in collaborazione con C. Herscovici e P. Vedovi, ha offerto al pubblico italiano la reale possibilità di conoscere la poetica del maestro belga, il suo rapporto filosofico con il linguaggio, gli oggetti e la loro misteriosa presenza intorno a noi, nonché alcuni dei suoi più significativi capolavori, tra cui L’empire des lumières (L’impero delle luci, 1954), Golconde (Golconda, 1953), Le modele rouge (Il modello rosso, 1937), e La trahison des images, meglio noto come Ceci n’est pas une pipe (Questo non è una pipa).
Questo artista straordinario, nato il 21 novembre 1898 a Lessines, in Belgio, aderì negli anni ’20 al Surrealismo ma la sua opera si distinguerà immediatamente per una ricerca personalissima e profonda sul mistero in cui siamo immersi nella quotidianità reale e non solo negli stati di coscienza alterati (sogni, incubi, allucinazioni) tanto amati dagli altri surrealisti. E’ proprio questo che rende Magritte straordinario: la sua capacità di nous depayser, di indurre lo spaesamento nello spettatore dell’opera. Ma cos’è che crea spaesamento? I soggetti mostruosi o irreali alla Masson? L’evocare sentimenti violenti o scabrosi come Dalì? No, la pittura di Magritte, pervasa da quell’azzurro idilliaco che lo caratterizza come una vera firma d’autore, così precisa nel ritrarre realisticamente ogni dettaglio delle cose, così fedele alla Natura e così e-statica, riesce a “spaesarci” per come accosta il titolo e il soggetto dell’opera o per le didascalie che lui stesso inserisce nelle tele (Questo non è una pipa o La magia nera), per il contrasto pregnante di opposti (Ne L’impero delle luci, per esempio, la casa e il giardino sono immersi nella notte mentre il cielo azzurro appartiene al giorno), per la sensazione di replica che ci fa perdere la sicurezza che qui e in questo istante ci troviamo nel mondo reale e non in un dipinto (vedi: La condizione umana e La riproduzione proibita).
“La natura, che la società borghese non è riuscita a soffocare completamente, ci offre lo stato di sogno, che dà al nostro corpo e al nostro spirito la libertà di cui esso ha un bisogno imperativo. […] La grande forza difensiva è l’amore […] C’è infine il Surrealismo […] che rivendica per la vita della veglia una libertà simile a quella del sogno”.
(Tratto da una conferenza tenuta da René Magritte il 20 novembre 1938 al Musée Royal des Beaux-Arts di Anversa.)
Per tutti gli amanti della Natura, del Sogno e della Libertà, l’appuntamento è a Bruxelles, il 02.06.2009, all’inaugurazione del nuovo Musée Magritte (per info: www.musee-magritte-museum.be), sito nel cuore di Bruxelles, nella magnifica Place Royale.
Il museo è stato allestito nell’elegante palazzo neoclassico Altenloh, che è stato completamente ristrutturato per accogliere la più grande collezione al mondo di opere di Magritte (200 opere, archivi, lettere, foto disegni, manifesti e filmati nonché oggetti e documenti preziosissimi prestati da collezionisti privati) e si prepara a ricevere ben 650.000 visitatori all’anno nella città in cui Magritte visse per molti anni con la moglie Georgette.
Visitare il nuovo museo Magritte farà bene alla vostra anima e potrà anche essere un’occasione unica per conoscere Bruxelles, capitale del Belgio e dell’Europa, nell’anno del fumetto, la Nona Arte che in Belgio è popolarissima tra giovani e meno giovani. Il Centro Belga del Fumetto è allestito in un magnifico edificio Art Nouveau (che in Belgio ha raggiunto risultati straordinari, come la casa museo dell’architetto Horta). Ma tutta la città è pervasa dalle arti visuali: non perdetevi dunque i 32 affreschi murali disseminati per Bruxelles (visitabili anche in bicicletta, per info: www.provelo.com o www.brusselsbdtour.com) e non rinunciate all’imperdibile viaggio nella metropolitana! Viaggiando underground, infatti, potrete scoprire ben 60 opere di noti artisti che fanno della metro di Bruxelles una galleria d’arte contemporanea visitabile solo… pagando un biglietto di viaggio! E’ disponibile anche una guida di 164 pagine a soli 5,00 euro, “Quand l’art prend le métro”. Tutti questi validi motivi per andare a Bruxelles non vi bastano ancora? Che ne dite della birra e del cioccolato…
Irene Sarpato



